Recensioni 2007

 

     Blood Diamond

     Lettere da Iwo Jima

     L'ultimo re di Scozia

     300

 

 

Blood Diamond

Recensione gentilmente concessa da Pietro Signorelli

L'articolo originale si trova qui

   

Trama : Danny Archer e Solomon Vandy sono due africani , uno nero e uno bianco , che hanno storie e radici completamente diverse. Uno e' un mercenario, l'altro è un pescatore a cui il violento fronte di liberazione ha sequestrato il figlio per reclutarlo nelle sue file. Con l'aiuto di una affascinante giornalista dovranno per motivi diversi iniziare la ricerca di un grosso diamante. In mezzo infuria la guerra civile e interessi economici del tutto illeciti condizionano il loro pericoloso procedere...


Commento---- Ecco un film che dividerà parecchio i suoi spettatori, sia che siano critici togati oppure semplici ed occasionali fruitori di cinema. Quale puo' essere la vera fruizione di questo lavoro eseguito da Edward Zwick, ed interpretato in maniera magistrale da un sempre più convincente Leo di Caprio? Costoso dispiego di mezzi partendo da e volendo un tentativo di reale denuncia, oppure bieca operazione commerciale per richiamare spettatori patinando il film di un illusorio tentativo di grande approfondimento ? In mezzo a queste domande la verita' sta nel mezzo;come sarebbe doveroso da parte di ogni regista l'autore dipana nei 140 minuti del film una vicenda che oltre a mostrare le atrocità della guerra civile o le bieche aberrazioni del commercio illegale di diamanti, si fruisce avventurosa e movimentata, che non stanca mai e riesce utilizzando il mezzo filmico spettacolare(ci sono delle scene di esplosioni, spari e battaglie urbane di grandissimo impatto)anche a fornire nei momenti giusti una riflessione, un concetto ben preciso e una denuncia tagliente.Attraverso questo impietoso inseguimento della pietra perduta, veniamo a conoscenza di atroci realtà, la divisione delle famiglie e le persecuzioni di innocenti, la perdita della gioventù e della purezza per colpa di condizionamenti psicologici tremendi. Quasi che in realtà di questo tipo ci si debba rassegnare a non avere veri amici, a seguire il corso degli eventi per pura e totale preservazione con diffienza perchè come ampiamente detto nel film"Q-E-A", questa è l'Africa. Non ci sono veri momenti consolatori, non ci sono placebi che si innestano patetici nella trama. Ognuno è responsabile della propria vita e non potrà far altro che affidarsi alle proprie forze, in un mondo di profughi in fuga la pietà viene accantonata, e anche le fotografie dei reporter cinici e del tutto assenti umanamente sono quasi peggio dei colpi di proiettile che spezzano le vite, quasi che ad ogni scatto ci sia una nuova ferita piuttosto che una riparatoria denuncia al mondo intero.
Il viaggio dei due protagonisti e' quasi una sorte di Dantesco percorso, in cui l'inferno sembra coincidere con la morte dell'anima, la delusione per i bambini che soffrono e quelli che uccidono, a cui anche guardare negli occhi risulta difficile in quanto i persecutori hanno tolto ogni aprvenza di pietà.
Solomon e' il tramite per una umana redenzione, Archer il paritetico contrario attaccato ai suoi valori personali.
Solo con un continuo contatto i due aspetti sapranno germogliare qualche seme, solo con il confronto riusciranno a darsi un pezzo dell'altro per cercare nuove strade e prospettive.
Il grande incredibile pregio di questo film e' proprio questo, riuscire nella difficile opera di non annoiare e nel contempo denunciare, aiutato da una interpretazione incredibile di un attore ormai del tutto maturo come Leonardo di Caprio, che interpreta benissimo questo personaggio cosi' sfaccettato di Archer.La Connelly si innesta benissimo con la sua splendida presenza senza minimamente intaccare il clima di dolore che permea il film,Djimon Hounsou e' il possente padre che non si rassegna e non viene a compromessi."Se questa e' L'Africa, io sono un uomo e lo saro' sempre con dignità"sembra dirci il suo personaggio.
Un gran bel film veramente, che soddisferà ma sopratutto riempirà ogni tipo di palato, impreziosito da paesaggi stupendi fotografati benissimo(la natura sopravvive lo stesso,voi uomini seguite il suo esempio), con frasi strepitose("speriamo che non scoprano il petrolio,questo sarebbe un bel problema"), una regia attenta che non molla mai il controllo per perdersi in inutili e pretestuosi preziosismi in quanto cozzerebbe contro la dura realtà del girato.
E' uno spettacolo di film, non un film spettacolo...q-e-c, questo è cinema.
 

 

 

Lettere da Iwo Jima

Recensione gentilmente concessa da Emanuele Rauco

L'articolo originale si trova qui

  Vedendo un film, cercando di trarne il succo, soprattutto se bisogna valutarlo, sarebbe il caso di prescindere dall’amore e dalla stima per il suo autore, ma nel caso di Clint Eastwood è praticamente impossibile.
Così, dopo il sottovalutato Flags of our fathers, esce la seconda parte del dittico sulla battaglia chiave del confronto nippo-americano, quella vista dalla parte dei giapponesi. Ed è nuovamente un capolavoro.
La vita e la preparazione dell’esercito giapponese di stanza sulla collina di Suribachi, in attesa dell’attacco americano, mentre i generali, guidati dall’aristocratico Generale Kuribayashi, tentano di preparare le contromosse: presto si accorgeranno della tragica realtà.
Scritto da Iris Yamashita con l’aiuto di Paul Haggis, i quali hanno adattato un romanzo di Tadamichi Kuribayashi, uno splendido ritratto bellico, di un popolo e di una nazione, di una cultura e di un conflitto, che è uno dei più alti saggi dell’umanesimo eastwoodiano, ma anche un esempio di come quel cinema banalmente definito classico, sia il più alto risultato della consapevolezza moderna.
Strutturato esattamente come la battaglia raccontata, dalla preparazione alla riflessione, dalla lotta alla demolizione delle certezze interne, il film parte in parallelo col suo predecessore americano – riproponendone anche scene ribaltate di segno (geniale il campo lunghissimo della bandiera, centro dell’intero film precedente) – per poi allontanarsene e prendere una strada tutta propria: se quello era un pamphlet politico su come gli USA usano la guerra e la sua mistica, questo è un viaggio all’interno di quella mistica, in cui Eastwood è perfetto nell’entrarvi dentro, nel tracciarne le caratteristiche principali, nel far diventare il film non solo un omaggio all’umanità del “nemico”, ma soprattutto una riflessione su cosa quel nemico rappresenta(va), su come viveva.
Con un’operazione teorico-narrativa formidabile, Eastwood non fa un film di guerra, bensì sulla guerra, raccontando cosa rappresenta per il popolo giapponese, andando al fondo di tutte le caratteristiche e le contraddizioni di una nazione, ponendo l’accento di nuovo sulla retorica, evidenziandone il sostanziale e tragico fallimento di fronte alla realtà dei fatti, delle bombe, dei soldati che bruciano gli esseri viventi; e giustamente non cerca il pathos, non vuole accattivarsi il pubblico, non vuole lo spettacolo della morte, ma – con una severità stilistica quasi eroica – fa un passo indietro, guarda allo scempio della civiltà con rigore e compassione, chiedendo allo spettatore di non emozionarsi soltanto con la pancia e con gli occhi, ma soprattutto con il cuore e la testa.
Così facendo riesce a raggiungere vette di intensità, emozione e sincerità anche politica che lasciano senza fiato, alternando, nella splendida sceneggiatura, coralità ed intimismo, riflessioni complesse e sorprendenti sulla comunicazione e personaggi piccoli e toccanti, che sembrano usciti da La grande illusione di Jean Renoir (il campione olimpico di equitazione ed il suo cavallo), fondendo il tutto in una straziante dichiarazione di fiducia nell’uomo che sfocia in un finale memorabile dove l’incontro col temuto nemico e la demolizione della mistica – tutta giapponese – del suicidio raggiungono l’apice del film (come l’ufficiale che non riesce a farsi schiacciare da un cingolato con addosso due mine, o l’ascolto, da brividi, della canzone dei bambini).
L’incredibile ultrasettantenne riesce ancora una volta a colpire il bersaglio principale, senza dimenticarsi mai la violenza e l’orrore del conflitto, anzi immergendo i suoi personaggi in un inferno terreno e mortale che ha come luogo principale un cimitero, ma lo fa aprendo varchi di speranza e luce, proprio dove il dolore è più grande e travolgente. Il tutto in una messa in scena di schiacciante talento, che riesce ad allontanare le ombre del produttore Steven Spielberg grazie alla forza intima, la ricchezza umana e narrativa, una confezione di gran pregio (stupende la fotografia di Tom Stern e la musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens) ed un cast vario, eterogeneo e pressoché perfetto, in cui spicca l’ormai grande Ken Watanabe. In attesa di un nuovo Oscar, e di un'altra lezione di cinema.

 

 

 

L'ultimo re di Scozia

Recensione gentilmente concessa da Andrea D'Addio

L'articolo originale si trova qui

   

Basato sull’omonimo romanzo di Giles Foden, “L’ultimo re di Scozia” parte dal 1971, anno di ascesa al potere di Idi Amin, per raccontare la storia di un giovane medico scozzese, Nicholas Garrigan che partito inizialmente per l’Uganda con l’intento di aiutare la povera popolazione locale, si ritrova ad essere dottore e consigliere personale del terribile dittatore africano.



Nicholas e Amin. Due uomini attratti dal potere che ai nobili propositi non riescono, o non vogliono dare seguito. Il film si basa continuamente sul confronto tra questi due personaggi(lo scozzese del titolo infatti non è Nicholas, bensì Amin) sia in quanto persone che come emblemi di ciò che rappresentano.

Il nostro punto di vista è quello di Nicholas, l’occidentale che si reca in Africa “perché vuole aiutare”. La sua superficialità è smaccata, chiara fin dall’inizio (non sa chi sia Obote, non consoce la situazione interna del paese in cui si è recato). Risulta una persona ingenua, che non si muove con cattiveria, ma che sostanzialmente non vede i problemi che lo circondano finché non vi si trova coinvolto in prima persona (ed infatti la “ribellione” scatterà nel momento in cui gli si toccherà un caro affetto, non prima). E’ l’imperialismo coloniale occidentale: tanto cieco alle esigenze dei popoli africani finché possono dargli profitti, tanto contraddittorio e severo nel momento in cui si rende conto che il rapporto creatosi non va d’accordo con la propria, “famosa” vocazione liberale. Ci si sporca le mani di sangue (Nicholas nel container), ma si fa finta di nulla finché conviene.

In Amin la contraddittorietà è più celata. E’ un uomo carismatico, che affascina chiunque gli si trovi accanto. Amin è colore, è ballo, è festa (così ci viene presentato all’inizio), ma è anche quello che tiene i mitra vicino a sé mentre la gente ne acclama il nome. Amin è l’Africa, è la bellezza e al contempo la ferocia di una terra che non è la nostra. Misterioso, non si sa mai come possa reagire ad un qualsiasi evento. Un’ambiguità resa alla perfezione dall’interpretazione di un grandioso Forest Whitaker e alle scelte del regista Kevin McDonald, che nel descriverlo indugia molto sui primi piani (quello sugli occhi ad inizio film, riassume tutto il personaggio), enfatizza sudore e tic nervosi, e quando sta in scenda da solo, a differenza di quanto accade per il medico scozzese, lo riprende camera a mano (dando instabilità all’immagine).

Finché Nicholas è vittima del suo appeal gli orrori non sono mai mostrati direttamente, ma solo evocati (o dai telegiornali o dai racconti delle spie inglesi), così come la leggenda che lo vuol cannibale: in ben due occasioni gli si fa parlare di cibo (come metafora per la sua semplicità all’inizio, e alla festa del suo insediamento), lasciando intuire che ci sia qualcosa da dire, ma senza approfondire.

Un lavoro che incede quindi per sottrazione, non dicendo mai ciò che uno spettatore con un minimo di memoria storica già dovrebbe sapere, ma mettendo in luce lo sfondo che permise ad un personaggio del genere di restare al governo fino al 1980 (e quello che seguì, sempre di Obote fino al 1986, fu analogo per ferocia).

Un film bello, scritto bene e ancor meglio girato da quel Kevin McDonald, già autore dello splendido La morte sospesa. Esterni completamente girati in Scozia e Uganda (che danno anche circolarità al racconto: si inizia con un lago scozzese, si finisce con un’inquadratura analoga di un lago ugandese)E così dopo i recenti Hotel Rwanda e Blood Diamond, Hollywood dimostra di essere sempre più interessata alla storia africana. Speriamo che non sia una coincidenza.

 

 

300

Recensione gentilmente concessa da Pietro Signorelli

L'articolo originale si trova qui

   

Regia: Zack Snyder
Sceneggiatura: Kurt Johnstad , Michael Gordon , Zack Snyder
Fotografia: Larry Fong
Musiche: Tyler Bates
Montaggio: William Hoy

Anno: 2007
Nazione: Stati Uniti d'America
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 117'
Data uscita in Italia: 23 marzo 2007
Genere: drammatico, storico

CAST

Theron - Dominic West
Regina Gorgo - Lena Headey
Re Leonida - Gerard Butler
Dilios - David Wenham
 

Trama: la battaglia delle Termopili rivisitata in chiave eroico-fantasy, dove un manipolo di 300 spartani rallentò l'avanzata di un esercito di persiani, permettendo alla grecia di organizzarsi ed efefttuare la controffensiva. A capo dei 300 c'e' Leonida , d'altra parte Serse che si crede un dio...Fight!

Commento
: dalla graphic novel di Frank Miller arriva sul grande schermo dopo anni il film tratto da essa. Utilizzando tecniche di lavorazione innovative che rendono l'immagine pittorica, il regista che ha fatto correre gli zombi in "Dawn of the dead" Zack Snyder costruisce un film potente, tutto volto a glorificare l'eroismo e che corre a 300 all'ora senza timore di nulla. In perfetta sintonia con l'opera grafica di Frank Miller, anche produttore e quindi estremo vigilatore, le gesta eroiche sono di una esagerazione totale, il climax viene raggiunto subito senza troppi giri di parole e le uniche fasi di calma sono in pratica la raccolta e l'accumulo dei cadaveri. Raramente ci è capitato di vedere al cinema una scelta di combattimento tanto composito eppure tanto frenetico, dove le commistioni di genere ( peplum,fantasy e war ) si accavallano fornendo un affresco che sembrerebbe impossibile da gustare invece, proprio per la sua chiara natura di sola celebrazione dell'eroismo, totalmente immerso in una serie di stampedi inarrestabili che ci schiacciano per portarci verso l'attacco successivo. Questo è cinema per il visuale, senza preoccupazioni, colorato, sanguigno, assurdamente composito eppure del tutto trasportante. Esiste solo una donna nel film, forte e robusta pure lei, decisa ed arcigna che fa l'amore con forza, moglie e regina del più coraggioso degli Spartani ( la regina Gorgo interpretata da Lena Headey ), che incarna lo spirito di come tutti a Sparta abbiano del sangue guerriero nelle vene. Non possiamo parlare di interpretazioni, tutto è talmente esagerato che passano in secondo piano, non possiamo parlare si scene madri in quanto tutte sono scene madri, dalla scena ricordo della lotta con il lupo ( magistralmente trasposta con la stessa tecnica di Sin City in modo da raffigurare la stessa inquadratura dell'albo ) alla spinta dentro il pozzo del messaggero, sfregio finale di ogni convenzione battagliera.
Preparatevi a uno spettacolo scevro di convenzioni ( abbiamo anche scene di esseri deformi che fanno l'amore con vestali drogate da effluvi), con immagini sensazionali ( le navi persiane che affondano sono la punta del valore pittorico del film ), sanguinolento (a volte una botte di vino gettato addosso non rende così rossi i corpi ), elegia del coraggio e dello sprezzo della morte con momenti quasi onirici e dotati di scenografie poderose ( gli arrivi di Serse sono qualcosa di incredibilmente affascinante ), malato ( i corpi che si accoppiano in alcune brevi scene sono di ogni natura ). Inutile parlare di discorsi politici, Occidente contro Oriente, oltranzismo della violenza eccetera. In ogni film anche involontariamente i significati politici ci sono sempre, perchè la scelta di fare qualcosa può sempre ricondurre alla politica.
Questo è un film che non vuole e cerca significati: vuole solo con pugno duro conquistare il nostro stupore visivo e glorificare un impresa, farci inturgidire il membro per avere una spada pure noi, e alla fine del film farci rimanere sulle sedie a gettare uno sguardo gratificante per un valore appagante, anche se fine a se stesso.
La voce fuori campo dopo un po' infastidisce il visivo, vorremmo scacciarla perchè ci disturba, tanto le parole non servono perchè basta quello che vediamo. E' vero, 300 potrebbe essere un film muto tanto poco ha da dire, ma in fondo chi non vuole entrare a vedere un film ogni tanto per nudo piacere del massacro di massa filmico (ricordo che Commando diventò dopo critiche assurde un piccolo cult), oltretutto fatto da Serse...pardon, da ...
Una pellicola di cui si è parlato tanto, dove bastava invece accontentarsi di vedere. Ma che vedere...



 

 

 

 

 

   

 

Back to Hollywoodland

 

alinti@alinti.it

 

 

 
 
 

 
   

 

Nella realizzazione di questo sito siamo stati attenti a rispettare ogni copyright.  Eventuali violazioni sono da ritenersi del tutto involontarie e saranno corrette immediatamente in caso di comunicazione all'indirizzo email sopra indicato.