Recensioni 2007
Recensione gentilmente concessa da Pietro Signorelli
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Trama : Danny Archer e Solomon Vandy sono due africani , uno nero e uno bianco , che hanno storie e radici completamente diverse. Uno e' un mercenario, l'altro è un pescatore a cui il violento fronte di liberazione ha sequestrato il figlio per reclutarlo nelle sue file. Con l'aiuto di una affascinante giornalista dovranno per motivi diversi iniziare la ricerca di un grosso diamante. In mezzo infuria la guerra civile e interessi economici del tutto illeciti condizionano il loro pericoloso procedere...
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Recensione gentilmente concessa da Emanuele Rauco
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Vedendo un film, cercando di
trarne il succo, soprattutto se bisogna valutarlo, sarebbe il caso di
prescindere dall’amore e dalla stima per il suo autore, ma nel caso di Clint
Eastwood è praticamente impossibile. Così, dopo il sottovalutato Flags of our fathers, esce la seconda parte del dittico sulla battaglia chiave del confronto nippo-americano, quella vista dalla parte dei giapponesi. Ed è nuovamente un capolavoro. La vita e la preparazione dell’esercito giapponese di stanza sulla collina di Suribachi, in attesa dell’attacco americano, mentre i generali, guidati dall’aristocratico Generale Kuribayashi, tentano di preparare le contromosse: presto si accorgeranno della tragica realtà. Scritto da Iris Yamashita con l’aiuto di Paul Haggis, i quali hanno adattato un romanzo di Tadamichi Kuribayashi, uno splendido ritratto bellico, di un popolo e di una nazione, di una cultura e di un conflitto, che è uno dei più alti saggi dell’umanesimo eastwoodiano, ma anche un esempio di come quel cinema banalmente definito classico, sia il più alto risultato della consapevolezza moderna. Strutturato esattamente come la battaglia raccontata, dalla preparazione alla riflessione, dalla lotta alla demolizione delle certezze interne, il film parte in parallelo col suo predecessore americano – riproponendone anche scene ribaltate di segno (geniale il campo lunghissimo della bandiera, centro dell’intero film precedente) – per poi allontanarsene e prendere una strada tutta propria: se quello era un pamphlet politico su come gli USA usano la guerra e la sua mistica, questo è un viaggio all’interno di quella mistica, in cui Eastwood è perfetto nell’entrarvi dentro, nel tracciarne le caratteristiche principali, nel far diventare il film non solo un omaggio all’umanità del “nemico”, ma soprattutto una riflessione su cosa quel nemico rappresenta(va), su come viveva. Con un’operazione teorico-narrativa formidabile, Eastwood non fa un film di guerra, bensì sulla guerra, raccontando cosa rappresenta per il popolo giapponese, andando al fondo di tutte le caratteristiche e le contraddizioni di una nazione, ponendo l’accento di nuovo sulla retorica, evidenziandone il sostanziale e tragico fallimento di fronte alla realtà dei fatti, delle bombe, dei soldati che bruciano gli esseri viventi; e giustamente non cerca il pathos, non vuole accattivarsi il pubblico, non vuole lo spettacolo della morte, ma – con una severità stilistica quasi eroica – fa un passo indietro, guarda allo scempio della civiltà con rigore e compassione, chiedendo allo spettatore di non emozionarsi soltanto con la pancia e con gli occhi, ma soprattutto con il cuore e la testa. Così facendo riesce a raggiungere vette di intensità, emozione e sincerità anche politica che lasciano senza fiato, alternando, nella splendida sceneggiatura, coralità ed intimismo, riflessioni complesse e sorprendenti sulla comunicazione e personaggi piccoli e toccanti, che sembrano usciti da La grande illusione di Jean Renoir (il campione olimpico di equitazione ed il suo cavallo), fondendo il tutto in una straziante dichiarazione di fiducia nell’uomo che sfocia in un finale memorabile dove l’incontro col temuto nemico e la demolizione della mistica – tutta giapponese – del suicidio raggiungono l’apice del film (come l’ufficiale che non riesce a farsi schiacciare da un cingolato con addosso due mine, o l’ascolto, da brividi, della canzone dei bambini). L’incredibile ultrasettantenne riesce ancora una volta a colpire il bersaglio principale, senza dimenticarsi mai la violenza e l’orrore del conflitto, anzi immergendo i suoi personaggi in un inferno terreno e mortale che ha come luogo principale un cimitero, ma lo fa aprendo varchi di speranza e luce, proprio dove il dolore è più grande e travolgente. Il tutto in una messa in scena di schiacciante talento, che riesce ad allontanare le ombre del produttore Steven Spielberg grazie alla forza intima, la ricchezza umana e narrativa, una confezione di gran pregio (stupende la fotografia di Tom Stern e la musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens) ed un cast vario, eterogeneo e pressoché perfetto, in cui spicca l’ormai grande Ken Watanabe. In attesa di un nuovo Oscar, e di un'altra lezione di cinema. |
Recensione gentilmente concessa da Andrea D'Addio
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Basato
sull’omonimo romanzo di Giles Foden, “L’ultimo re di Scozia” parte dal 1971,
anno di ascesa al potere di Idi Amin, per raccontare la storia di un giovane
medico scozzese, Nicholas Garrigan che partito inizialmente per l’Uganda con
l’intento di aiutare la povera popolazione locale, si ritrova ad essere
dottore e consigliere personale del terribile dittatore africano. |
Recensione gentilmente concessa da Pietro Signorelli
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| Regia:
Zack Snyder
Trama:
la battaglia delle Termopili rivisitata in chiave eroico-fantasy, dove un
manipolo di 300 spartani rallentò l'avanzata di un esercito di persiani,
permettendo alla grecia di organizzarsi ed efefttuare la controffensiva. A
capo dei 300 c'e' Leonida , d'altra parte Serse che si crede un dio...Fight!
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